Se non vedo non crederò

14 Aprile 2007 1 commento


Gv 20, 19-31
La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il costato.
E i discepoli gioirono al vedere il Signore.

Giovanni mostra il processo di trasformazione dei discepoli: dalla paura, alla gioia.

Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi». Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi».

Pace – invio – Spirito Santo – perdono dei peccati

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dissero allora gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!».

Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò».

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!».

Gesù accetta la sfida.

Rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!».

Non sappiamo se Tommaso ha davvero messo le sue dita sulle ferite di Gesù, o se gli è bastato vederlo… conosciamo però l’esito: anche Tommaso ha creduto

Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!».

La beatitudine per i crisitani di tutti i tempi.

Da un lato Gesù sembra rimproverare Tommaso (c’è una fede che va oltre anche il vedere il Risorto), dall’altro Gesù accetta il cammino di Tommaso, il suo bisogno di vedere. C’è una strada diversa, nella fede, per ciascuno di noi.

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Il Vangelo di Isaia

15 Dicembre 2006 Commenti chiusi


Leggo oggi, dall’ufficio delle letture, un brano di Isaia (27,1-13) e rimango colpito da una frase, un appello accorato di Dio al suo popolo.

«Si stringa alla mia protezione,
faccia la pace con me,
con me faccia la pace!».

Mi ricorda le parole appassionate di Gesù a Gerusalemme-città della pace (Lc 13,34):

«Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che Dio ti manda. Quante volte ho voluto riunire i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali! Ma tu non hai voluto!».

C’è ancora un tempo per fare la pace con Dio.

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Intermezzo

15 Dicembre 2006 1 commento

Ogni tanto mi capita, per lunghi periodi, di non riuscire a scrivere niente su questo mio blog dedicato al Vangelo. Eppure è il blog a cui tengo di più. Ogni tanto dorme, ma poi, all’improvviso, si risveglia… il richiamo del Vangelo è troppo forte.

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«Che vuoi che io faccia per te?»

21 Novembre 2006 Commenti chiusi


Il Vangelo di ieri (Lc 18,35-43), versione lucana del racconto di Marco sulla guarigione del cieco Bartimeo (che qui non è chiamato per nome), mi ha fatto scoprire un interessante modo di pregare.
Solitamente pensiamo che pregare sia fare delle domande a Dio. Qui invece la situazione si ribalta, e la preghiera è invece offrire una risposta ad una domanda di Gesù: «Che vuoi che io faccia per te?».
Una domanda straordinaria, se pensiamo a chi ci le fa, all’interesse che prova verso di noi, alla sua misericordia…
E le risposte? Possono essere infinite.
«Signore, che io riabbia la vista».
«Signore, che io non abbia più paura».
«Signore, che io possa affrontare bene oggi quella situazione preoccupante».
«Signore, che io possa superare questa prova»…

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Ci sono fatti inevitabili

13 Novembre 2006 Commenti chiusi


Lc 17,1 – letteralmente:
«E’ impossibile che gli scandali non vengano».

Sono rimasto molto colpito da questa espressione di Gesù. E’ una affermazione importante, una chiave di lettura per capire la storia, quella grande e quella piccola, quotidiana.
E’ inevitabile che avvengano scandali. Li dobbiamo mettere in conto, non meravigliarci, soprattutto quando riguardano i piccoli, piccoli in tutti i sensi. Fanno parte della vita qui sulla terra, sono un retaggio del peccato, un segno di una presenza radicata del male.

Insieme alla parabola del grano buono e della zizzania che crescono insieme, mi sembra un criterio evangelico di lettura della realtà da tenere sempre desto.

Una povertà veramente radicale

8 Novembre 2006 Commenti chiusi


Forte e duro il brano di Luca proposto dalla liturgia di oggi.

In quel tempo, siccome molta gente andava con lui, Gesù si voltò e disse: «Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento? Per evitare che, se getta le fondamenta e non può finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda un’ambasceria per la pace.
Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

(Lc 14,25-33)

E’ noto che “odiare” qui ha il senso ebraico di “amare di meno” (ovviamente non può contraddire il senso più profondo del Vangelo, che è l’amore!), eppure le parole di Luca sono veramente dure.

Intanto Gesù parla “siccome molta gente andava con lui”: ovvero, di fronte alla folla Gesù non solo non fa sconti (non cerca la popolarità), ma addirittura parla quasi per scoraggiare, o forse per far comprendere meglio il senso di quella sequela.

Occorre “odiare” padre, madre, figli, fratelli, sorelle… ovvero posporre a Dio ciò che abbiamo di più caro, i nostri legami di sangue. Ma Gesù sa bene che ciò che ci preme di più, alla fine, siamo noi stessi, la nostra vita. Per questo occorre “odiare” perfino la propria vita.
“Odiare” nel senso di “liberarci”, “alleggerirci” per poter dare a Dio tutto il suo spazio. Dio è Eterno, Infinito, e non può entrare se non in uno spazio vuoto, totale…

Tutto questo è molto impegnativo, e probabilmente i molti che lo seguivano non ci avevano pensato molto. Con le due parabole Gesù li invita invece a riflettere, a fare bene i loro calcoli. Gesù non vuole scelte impulsive, dettate magari dall’emozione, ma scelte ponderate, magari più travagliate, ma consapevoli.

Ecco quindi il senso della povertà per Luca: povertà totale, non tanto di beni, quanto di affetti, di legami, per essere quindi liberi, aperti ad un amore più grande. Altrimenti Dio potrà entrare solo “in piccole dosi” nella nostra vita, non ci potrà travolgere, trasformare, rivoluzionare… E’ forse quello che capita a tanti di noi cristiani: offriamo a Dio un piccolo spazio, ma anche i risultati sono piccoli, e non sperimentiamo mai in pienezza le promesse di Dio.

“Rinunziare a tutti i propri averi” rimane un azzardo, benché ponderato. Ma è l’unica condizione per entrare in contatto con l’immensità di Dio. Per partecipare ad un’avventura rivoluzionaria.

Una beatitudine sul pane

7 Novembre 2006 Commenti chiusi


Non è solo Gesù a pronunciare le beatitudini nei Vangeli. Ogni tanto capita anche ad altri personaggi, come per esempio un commensale, che di fronte a Gesù dice:
«Beato chi mangerà il pane nel regno di Dio!».
Una beatitudine sul pane.

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«Non c’è altro comandamento più importante di questi» (Mc 12,31)

6 Novembre 2006 Commenti chiusi


È strano Gesù: parla di un comandamento, ma poi leggendo le sue parole si scopre che sono due «non cè altro comandamento» «di questi». Un comandamento che assomiglia ad una medaglia, unica, ma con due facce. Da una parte cè lamore verso Dio, dallaltra lamore verso il prossimo-il vicino-colui che ci passa accanto. Non cè luno senza laltro.

È categorico Gesù, quando ci si mette: non cè nessun comandamento più importante di questo. Il discorso è chiuso una volta per tutte. Non è possibile fare dispute o sottigliezze su questo argomento. Ma in fondo è meglio così: le cose sono chiare, sappiamo cosa dobbiamo fare, non cè pericolo di sbagliarsi. Ora possiamo mettere tutto il nostro cuore, la nostra mente, le nostre forze in questunica cosa importante.
Riferimenti: La Parola

Beati… (Mt 5,3)

6 Novembre 2006 Commenti chiusi


«Beati voi» «beato chi» Il Vangelo è disseminato di promesse di beatitudine: quasi ogni pagina ne contiene una, tanto da esserne uno dei principali leit motif. Dunque dietro questa parola, annuncio di gioia e di felicità, può compiersi il nostro destino di cristiani. E allo stesso tempo un invito e un annuncio, una promessa e un inizio di vita nuova, la constatazione di una ovvia conseguenza. Si potrebbe quasi pensare ad un indice di beatitudine, per scoprire quanto sangue evangelico ci scorre nelle vene! Non cè vangelo senza beatitudine, non può esserci cristiano senza felicità, non possono esistere santi malinconici. La tristezza è bandita da Gesù. Anzi, è trasformata in un seme di gioia.
Riferimenti: In questo mese commento la parola su questa pagina

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I 3 insegnamenti di Bartimeo

28 Ottobre 2006 1 commento


Tre sono gli insegnamenti che l’episodio di Bartimeo può suggerirci.

1) Scoprire le nostre cecità.
Il Vangelo ci parla della guarigione di un cieco, una persona che non può vedere. Tuttavia il cieco è anche il simbolo di tutte quelle persone che nel loro cuore “non vedono” le cose importanti, non riconoscono la presenza e l’amore di Dio, e vivono nell’oscurità. Tutti noi abbiamo qualche cecità da riconoscere e da presentare a Gesù, affinché lui ci guarisca donandoci la sua vera luce.

2) Tenacia.
La tenacia di Bartimeo nella preghiera è stata premiata. A volte noi ci stanchiamo subito di pregare e di chiedere a Gesù le cose che ci stanno a cuore. Bartimeo ci insiegna ad essere pazienti e perseveranti nella preghiera.

3) Seguire Gesù lungo la strada.
La strada è il simbolo della nostra vita, di tutte le cose che ci capitano, dei luoghi dove ci troviamo a vivere, delle persone che incontriamo. Seguire Gesù lungo la strada significa farlo entrare nella nostra vita, in tutte le cose che facciamo.